Pao Pao di Pier Vittorio Tondelli

di Pier Vittorio Tondelli

Pao Pao

La sigla PAO, che sta per Picchetto Armato Ordinario, evoca l’esperienza della caserma, punto di partenza di un romanzo in cui Tondelli narra le storie amorose e comicamente poco marziali che travolgono una compagnia di giovani durante l’anno di servizio militare. Al grigiore dell’apparato burocratico e militare questi giovani oppongono una vitalità a volte sfrenata, tra infrazioni ai codici disciplinari e una più o meno larvata resistenza alla sottomissione: nelle loro tane (docce, sgabuzzini, scantinati...) e durante le ore di libera uscita (in discoteca, negli ozi a Villa Borghese, nelle gite a Ostia...) danno facilmente sfogo alle voglie e ai discorsi, che l’autore segue con sguardo divertito e complice. Pao Pao è un testo polifonico dalle molte sorprese, che da una parte narra i mille sotterfugi e umori coi quali i giovani affrontano il rito di passaggio della caserma, e dall’altra riscopre quell’antica arte di sopravvivere che il Bel Paese incessantemente tramanda adeguandola a ogni situazione.

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camaleonda
Commentato per la prima volta da: camaleonda

Genere: Romanzi

Anno di pubblicazione: 1982

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1 Commento presente

  • camaleonda
    02 Gennaio 2026
    La trama è presto detta: all’inizio degli anni Ottanta un gruppo di ragazzi altissimi e bellissimi viene lanciato a svolgere il proprio anno di leva militare; quando questi maschi si trovano a convivere per dodici mesi, si creano simpatie e rivalità, con i loro amori e infatuazioni. La sinossi però non esaurisce affatto la carica inventiva di Pao Pao, un romanzo seducente e magico come i suoi protagonisti, gli “altissimi”. Nel mondo proposto da Tondelli, la rigidità militaresca esiste perlopiù come farsa e motivo comico, e tutto si condensa nei permessini per uscire a bere con gli amici (è un romanzo di -ini, tra permessini, cinemini e festini). La storia oscilla tra la folle ordinarietà della caserma e l’ordinaria follia delle libere uscite. Nel mezzo, tutto l’amore della giovinezza, così tanto che non si sa a chi darlo, e quindi si finisce per darlo un po’ a tutti. Come collante c’è una generica avversione nei confronti della naja, che assume tratti vagamente fantozziani (a un certo punto si ha l’impressione che la vita in caserma sia costituita solo da due cose: lamentele e timbri). E qui si vede la qualità letteraria di Tondelli, sperimentale e mai stucchevole, divertente ma soprattutto divertito, e per questo tenerissimo. Emergono così le contraddizioni di un mondo che può apparire molto maschile, e invece è semplicemente umano. C’è infatti una grande umanità che pervade questo splendido romanzo, una dolcezza triste e consapevole che così come l’anno è iniziato, prima o poi dovrà anche finire. Cosa resterà, allora? Un suggerimento arriva già alla terza pagina: non esiste nulla di definitivo, figuriamoci gli addii.

    E Miguel — dolcissimo Miguel — che verrà a trovarmi al culmine di una penosissima perdita d’identità e di senso globale e sospirerà: “soltanto dimmi che si nasce e si muore e che è tutto qui” e altro non riuscirò a proporgli che una bevuta micidiale trascinata da un bar all’altro della via Emilia [...] e alle sei del mattino, rincasando, riuscirò finalmente a dirgli tutti quelli che hai incontrato provano ciò che tu senti dentro, però non s’ammazzano.

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